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L’oracolo della Vecchia nella grotta e la fonte della Ninfa

L’oracolo della Vecchia nella grotta e la fonte della Ninfa

Gli abitanti del medievale borgo di Gratteri tramandano, da generazioni, credenze millenarie e fantasiose leggende di quella che oggi è da considerare, la storia della Sicilia più autentica ma, al contempo, obliata.

Questo potrebbe essere il caso di un mito millenario, quello di una vecchia inumana che risiederebbe solitaria nelle profondità di una misteriosa grotta, chiamata Grattàra, che domina dall’alto l’antico villaggio madonita. Secondo un’antica credenza, nessuna avrebbe mai osato alzare lo sguardo per osservare in volto quella donna, perché altrimenti si sarebbe vendicata, bucando gli occhi con il fuso.

Per cercare di risalire all’origine del mito, bisognerebbe, verosimilmente, analizzare il significato simbolico che avrebbe potuto assumere, nei popoli del passato, la presenza di una donna leggendaria custode dei segreti di una grotta.

Nell’antichità, infatti, molti luoghi della Sicilia guadagnarono la reputazione di dispensare oracoli, soprattutto le grotte, molto spesso antichi luoghi di culto di divinità indigene e sedi oracolari come è il caso ad esempio, di quella della sibilla lilybetana nella Sicilia occidentale.

Come spiega infatti, lo studioso siciliano Giovanni Teresi – nella sua ricerca storica sulla grotta della Sibilla Cumana a Marsala – “grotte ed anfratti, fossi naturali e piccole voragini oscure, divenivano in Sicilia luoghi di culto religioso, accesso verso gli inferi, ed in essi non potevano risiedere che numi sotterranei.

Così, nella concezione religiosa indigena, le entità divine presentavano spesso anche quello di divinità sotterranee collegate alla terra come divinità Chtonie; oscuri présidi insieme della vita e della morte, della vegetazione e degli inferi, che in tanti luoghi venivano identificati con Demetra e Core” (Giovanni Teresi, op. cit.).

Per tali considerazioni dunque, non sarebbe del tutto fuori luogo, come vedremo di seguito, poter ricollegare la leggendaria presenza di una vecchia eremita, custode della Grotta, ad una primordiale Sibilla, dispensatrice di oracoli attraverso un cratere di acqua purissima – la “fonte della Ninfa” – che rinvierebbe alla divinità indigena della montagna.

Con la parola “Sibilla” gli antichi greci e latini si riferivano a una figura storicamente esistita, individuabile con tutta la classe delle profetesse, donne vergini e giovani, talora ritenute come decrepite, che vivevano in grotte in diversi luoghi del bacino del Mediterraneo.

Esse svolgevano attività mantica in stato di trance ispirate da un dio (solitamente Apollo) in grado di fornire responsi e fare predizioni. Il volere degli dei, era dispensato in vario modo: con segni sulle viscere delle vittime sacrificali, con i movimenti degli oggetti gettati in una fonte, attraverso lo stormire delle fronde di un albero sacro, oppure attraverso la bocca di un essere umano, come nel caso dell’oracolo di Delfi, in Grecia.

Molto spesso, queste profetesse, bevevano l’acqua da una fonte o da un pozzo che, per la loro esaltata immaginazione, portava ad uno stato di ebbrezza. Nello specifico, per quanto riguarda proprio il caso della Sibilla sicula, che lo stesso Teresi localizza presso Lilybeo, gli studi antropologici chiariscono che essa presentava proprio i caratteri di una sacerdotessa che chiedeva i suoi responsi ad un altro nume, la ninfa di una fonte (IBIDEM).

Per tale motivazione, la presenza a Gratteri di una grotta, di una vecchia millenaria e di una conchiglia di pietra chiamata della Ninfa – una fontana ubicata oggi nella piazza principale e simile alla fonte naturale della Grotta Grattara – potrebbero essere elementi significativi per ipotizzare la possibilità di una originaria sede oracolare indigena.

Questa congettura viene avallata da diversi studiosi come Francesco Branchina, che si occupa da anni di studi sulla lingua sicana nell’isola. Quest’ultimo, a proposito della figura leggendaria della Vecchia di Gratteri, ritiene “assai probabile che tale racconto si sia innestato ad un mito assai più antico.

Lo stesso mito di Gratteri, ad esempio, potrebbe essere stato evocato ad Enna, dove l’antica divinità sicana, forse Hybla, sarebbe diventata Proserpina. Nella fiaba della Vecchia, dunque, si potrebbe intravedere una sovrapposizione del culto solare, uranico a quello originariamente chtonio” (BRANCHINA FRANCESCO, intervista del 18 febbraio 2021).

Di certo, il territorio di Gratteri era abitato sin dall’età preistorica considerato un centro di scambi montano, come dimostra un ripostiglio di oggetti di bronzo ritrovato nel 1920, attribuibile all’epoca di transizione dalla età del bronzo alla prima età del ferro dell’Italia continentale che corrisponde alla fine del secondo periodo siculo e ai principi del terzo (Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo – Terza serie, anni 1923-24-25, Vol. XIII, Palermo Scuola Tip. “Boccone del Povero” 1926).

Sembrerebbe assai probabile dunque, che nei secoli, il mito di una donna custode della grotta, si sarebbe trasformato in un’altra leggenda, attestata anche in altri luoghi della Sicilia, quella della Vecchia befana. L’antropologa Fatima Giallombardo, che si occupa da anni delle tradizioni del Natale in Sicilia, a proposito della Vecchia osserva che “con la sua controfigura mitica – la Befana – essa condivide alcuni tratti specifici.

Ama sbucare, da Natale all’Epifania, da grotte, monti, castelli dirupati, guidando carovane di muli carichi di beni (rètini) che poi distribuirà. Il suo aspetto ugualmente pauroso – malgrado l’allegria con cui viene accolta – è reso minaccioso, con più pregnanza di quanto non facciano i dispetti o le punizioni della Befana, dalla credenza che una volta le Vecchie filassero lunga o breve, a seconda dei comportamenti, la vita degli umani.

Un po’ benefattrici, un po’ Parche dunque le Strine siciliane, che con tante altre entità consimili, più antiche e recenti, mediterranee ed europee, condividono statuto e funzioni simboliche. La loro contiguità con il tempo e lo spazio liminari (le notti, i luoghi selvaggi), con i frastuoni caotici ma festosi, con i colori della morte (il bianco o il nero dei loro mantelli) ma anche con gli odori della vita (i cibi e i dolci speziati elargiti in dono), queste portatrici di strenne (da qui la nostra strina e la strenua dei Romani) alludono all’ eterno trascorrere dell’anno dalla fine all’inizio, dalla chiusura alla sua augurale riapertura” (FATIMA GIALLOMBARDO, op. cit. pp-39-43).

Secondo la tradizione gratterese, sin dalla notte dei tempi, A Vecchia, una donnina tanto longeva quanto brutta, sorveglierebbe dall’alto della sua grotta l’antico villaggio madonita, passando ogni singolo giorno dell’anno a preparare doni e leccornie ai fanciulli di Gratteri.

Essa riscenderebbe in paese soltanto una volta ogni anno, la notte di San Silvestro, per distribuire i suoi doni a quei pargoli intrufolandosi silenziosamente dai posti più impensabili di quelle umili abitazioni. A Vecchia, infatti, sa ogni cosa di quei poveri bambini, tanto che, durante il corso dell’anno, i genitori esortavano i più piccoli a comportarsi diligentemente, per non trovare la brutta sorpresa di ricevere al posto dei doni soltanto cenere e carbone.

Queste le espressioni ancora note in paese:

“Pi Natali nasci u Bammineddu,
u primu di l’annu veni la Strina”. (Antonina Lazzara, classe 1923, intervista 2007).

(Per Natale nasce il Bambinello,
il primo dell’anno arriva la Strina)

.
“Jnnaru mina ventu e fa furtura,
‘u primu jornu ti scontra la Strina,
si nni cala adasciu adasciu a la piduna
e vvà circannu risiettu di marina”. (Giuseppa Lanza, classe 1922, intervista 2010).

(Gennaio semina vento e porta gelo,
il primo giorno ti incontra la Strina,
se ne scende a piedi, lentamente
per cercare il clima mite della costa).

In passato, come raccontano i più anziani, per la notte di Capodanno si compieva in paese un significativo rito di fine anno. Difatti, come spiega la signora Giuseppa Ilardo (intervista 2009), ai suoi tempi passava per le vie dell’abitato un uomo mascherato da donna – la Vecchia – a dorso di un asinello, che nascondeva il suo volto sotto un lenzuolo bianco, scortato dai giovani del paese che preannunciavano, con le loro urla, il suo arrivo: “A Vecchia! U picciriddu mi cianci!” (la Vecchia! Mi piange il bambino).

Essi attuavano per le vie del paese una questua itinerante, suonando corni di animali e campanacci, fischiando e urlando di porta in porta tipiche cantilene:

O mi dati un turtigliuni, o vi scassu lu purtuni!” (O mi date un tortiglione |dolce tipico| o vi rompo il portone!) “O mi dati un cucciddatu o vostru maritu vi cadi malatu!” ( O mi date un buccellato, o vostro marito vi cade malato!). (Giuseppe Cirincione, classe 1918, intervista 2007).

Così, ogni famiglia offriva quello che poteva: fichi secchi, fave e dolci di Natale – i tradizionali “turtigliuna” – buccellati ripieni di canditi e ricoperti da code di zucchero, detti a Gratteri “diavulicchi”. Tale offerta veniva ricambiata con uno scambio d’auguri, per un prospero e fruttuoso anno nuovo:

“Buon Capudannu, buon capu di misi,
li turtigliuna unni l’aviti misi,
l’aviti misi nte la cascitedda,
niscitili ca passa a Vicchiaredda”

(Buon Capodanno, buon capo di mese

i tortiglioni dove li avete messi

li avete messi nel bauletto

Tirateli fuori che passa la Vecchierella).

(Maria Antonina Cirincione, classe 1913, intervista 2007).

Secondo gli antropologi dell’Università di Palermo, quest’antica consuetudine, come altre in Sicilia, risulterebbe di straordinario interesse antropologico, poiché retaggio di sincretismi culturali molto antichi. Essa si ricollegherebbe all’antico scambio rituale dei doni, alle maschere e a riti di passaggio durante il periodo invernale per rifondare il ciclo dell’anno e con esso la vita stessa della comunità.

Come spiega Ignazio Emanule Buttittanon è affatto un caso che siano i poveri e i bambini a ricevere doni in precise occasioni rituali né che nei periodi critici, gruppi mascherati irrompano fragorosamente nello spazio abitativo e vadano questuando per case e fattorie […].

Dai morti, dagli antenati, inoltratosi l’inverno, dipende più che mai la vita. Da loro, che in questo periodo di poca luce e di freddo trovano occasione di aggirarsi sulla superficie della terra, è necessario salvaguardarsi; bisogna allora renderli propizi non mancando di offrire cibo e calore; bisogna tenerli a distanza accendendo fuochi, producendo rumori assordanti (Ignazio Emanuele Buttitta, op. cit. 2006, pp.110-114).

Dagli anni Settanta fino ad oggi, questa antica usanza è stata ripresa e adattata dalla pro-loco in chiave folkloristica. Così, per la notte di San Silvestro, alle ore 21, la Vecchia viene accolta dal popolo in contrada San Vito.

Essa, come da tradizione, è ricoperta da un lenzuolo bianco, in groppa ad un asino, accompagnata da un corteo di ragazzi travestiti da pastori dei secoli passati, che le illuminano il cammino con delle rudimentali torce di cera, urlando il suo nome a squarciagola, suonando corni di animali e campanacci.

Come osserva lo stesso Buttitta, i frastuoni e i suoni dei campanacci, sarebbero dei “segnalatori di alterità”. La Vecchia, dopo un intero anno rinchiusa nella grotta, riscende in paese accolta con allegria da tutta la comunità (IBIDEM). In tal modo, si infrange la tranquillità della notte con un mascheramento che è anche sonoro.

Sono proprio i carusi, infatti, i principali protagonisti di tale tradizione, indossanti gli abiti dei loro antenati, pastori e montanari di un’epoca passata: pantaloni e giacca di velluto, mantello con cappuccio, “scappularu o tistièra”, coppola, fazzoletto al collo, gambali di pelle “jammalina”.

Su di loro, dunque, bisogna soffermare l’attenzione, perché perpetuano un altro rito, quello di iniziazione all’età adulta, durante la più gelida notte dell’anno.

A partire dai sette anni infatti, i fanciulli, molto spesso affidati ai più grandi, percorrono in gruppo, il tortuoso sentiero che si inerpica tra la pineta fino alla Grotta.

Tale avventura di scalare la montagna durante l’ultima notte dell’anno viene considerata una prova di coraggio e solidarietà con gli stessi membri del gruppo per vincere le paure della notte e accingersi a diventare adulti. In maniera inconsapevole, essi non fanno altro che riaffermare l’identità del gruppo, il senso di appartenenza alla comunità, intesa come modo di conservare socialmente memoria.

Giunti alla grotta, si ritorna a riveder le stelle, in uno scenario notturno fiabesco. I ragazzi urlano nella grotta il nome della Vecchia. Uno di loro, posizionato su un’altura, suona un corno di bue. Un’eco così vigoroso che si propagava fino in paese, rompendo il silenzio della notte. È la voce della Vecchia, che adesso è pronta a ritornare tra la sua gente. La prova è superata. I carusi possono riscendere in paese, ma stavolta impugnando delle torce che illuminano il loro cammino.

In realtà, il mascheramento che i ragazzi metterebbero in atto, sarebbe anche sonoro; ogni bambino infatti, detiene un proprio campanaccio, un segnalatore acustico, come in un gregge (Vedasi Sergio Bonazinga, 2009).

I campanacci come osserva il medievista francese J.C. Schmirtt, sarebbero da associare agli animali e non agli uomini, e a loro volta, agli antenati del gruppo. Sono proprio i bambini quindi, che assolvono un importante ruolo, quello di mediatori mitici tra il mondo dei defunti e quello dei vivi, poiché godono di uno statuto particolare e si fanno carico di propiziare ritualmente l’ordinato ciclo delle stagioni (Jean Claude Schmitt op. cit., p.146).

Per l’antropologa Giallombardo, “le modalità qualificanti queste maschere, le cui azioni festive non debbono essere scisse dal sistema di credenze ancora oggi radicato nell’immaginario folklorico, rimandano all’orizzonte simbolico della Grande Dea, figura antropomorfizzata dell’intera natura che in sé contiene vita e morte e il loro reciproco generarsi.

I segni di questo codice antichissimo ma continuamente rifunzionalizzato, che traducono l’esperienza di un “principio” vitale perennemente riproducentesi, appaiono imperniati sulla divina facoltà di stimolare e distruggere ciclicamente la crescita, l’abbondanza, la varietà delle forme naturali” (FATIMA GIALLOMBARDO, op. cit. pp-39-43).

Tuttavia, l’avvento delle maschere, segnalando la necessità della morte, imporrebbe il ritorno alla vita stessa. La figura della Vecchia viene insultata, derisa, sia per la sua longevità sia per la sua bruttezza, come viene riportato nei canti popolari riadattati dalla pro-loco di Gratteri sui paradossi del Pitrè:

Facciazza d’un crivazzu arripizzatu…spaddazzi di na mula di trappitu…taliàti genti tutti a Santu Vitu…niscìu la Vecchia ncerca di lu zitu…(Facciona di un setaccio rattoppato / spallacce di un mulo di frantoio/ guardate gente tutti a San Vito / è uscita la Vecchia in cerca del fidanzato). In questo modo, si evocherebbero fatti straordinari avvenuti “illo tempore” per la nascita della Vecchia:

Quannu nascisti tu làdia vicchiazza…ci foru centu negli e trimulizzi…lu suli s’annigliò cu nna nigliazza…Lu risìnu cadìa stizzi stizzi” (Quando sei nata tu brutta vecchiaccia / ci furono cento nebbie e tremori / il sole si è coperto con una grossa nuvola / la brina cadeva goccia a goccia).. Durante tale notte, avviene la riattualizzazione del mito: come per la sua nascita avvennero degli eventi straordinari così, per una notte all’anno l’equilibrio naturale viene infranto con il ripetersi di avvenimenti eccezionali: Vitti affacciari lu suli di notti…e quattru muti jucari a li carti…iò vitti siminari favi cotti…si vitturu ntè marzu ficu fatti…” (Ho visto spuntare il sole di notte / e quattro muti giocare a carte / io ho visto seminare fave cotte / si sono visti dei fichi maturi nel mese di marzo).

Durante quella serata si svolge una questua itinerante, un circuito cerimoniale di scambio, animata da suoni bandistici, canti popolari e nenie natalizie. L’ilarità e l’allegria prendono il sopravvento. Per intrattenere il pubblico si fa ballare la “scecca” nelle piazzette. A proposito delle “strenne” di Capodanno, l’etnoantropologo Alberto Maria Cirese, sosteneva che esse, erano un evidente caso di dissacrazione totale.  Per questo furono a lungo condannatele come diaboliche e pagane, assieme con altre usanze delle Calende di gennaio. Tuttavia, queste consuetudini resistettero tenacemente ai divieti anche se vennero pian piano perdendo in grandissima parte quelle antiche funzioni.

L’antica sacralità pagana, si riconfigura come nuova sacralità cristiana, il Capodanno, perduti i suoi antichi valori superstiziosi, poteva essere riconsacrato (Alberto Maria Cirese op. cit., p.126-127). Per tal occasione si posticipano a Gratteri, i regali di Natale, nascosti negli angoli di casa più curiosi e inimmaginabili proprio la notte di San Silvestro. E si vuole fare credere che sia stata la Vecchia ad averli nascosti frettolosamente, intrufolatasi in casa da qualche spiraglio o dai camini.

In conclusione, è possibile comprendere come la figura della Vecchia rappresenti un capro espiatorio, su cui scaricare tutte le colpe della comunità, deridendola pubblicamente “Vecchia Befana brutta / Vecchia Befana / nesci sta sira / nesci di ntè sta tana” (Vecchia befana brutta / Vecchia Befana / esci questa sera / esci da questa tana). Ed ancora: “Avi n’annata sana chi sini n’chiusa, piglia la scecca e scinni n’cerca di fusa (Da un intero anno che sei rinchiusa / prendi l’asino e scendi in cerca di fusa); Vecchia Vicchiazza brutta / Vecchia Vicchiazza / scinni sta sira / scinni nta nostra chiazza (Vecchia Vecchiaccia brutta / scendi questa sera / scendi nella nostra piazza); E nun ti mariti nò / schietta arristari tiròllallalla” (E non ti sposi no / devi restare nubile tirollallalla).

La Vecchia però, dopo aver distribuito i suoi doni, deve necessariamente ritornare nella sua grotta e non farsi più vedere per un intero anno, affinché l’equilibrio infranto possa essere ripristinato per dare inizio ad un più fecondo anno nuovo:

Ci sunnu i patri pronti cu li vastuna, s’on lassi e picciriddi li tùrtigliuna…“L’occhi ti sgrifamu Vicchiazza brutta, s’on scarghi u sceccu e torni a la tò rutta…” Ci sono i padri pronti con i bastoni / se non lasci ai bambini i tortiglioni); “L’occhi ti sgrifamu / Vicchiazza brutta / s’on scarghi u sceccu e torni a la tò rutta” (Gli occhi ti caviamo / Vecchiaccia brutta / se non scarichi l’asino e ritorni alla tua grotta).

Oggi il corteo della manifestazione si conclude nella Piazza principale dove alcuni giovani intrattengono gli abitanti e i turisti con la “Vanniata di festi di l’annu”, il processo dei fatti accaduti locali durante l’anno raccontati con tono satirico.

Allo scoccare della mezzanotte, poi, si dà il benvenuto al nuovo anno con un brindisi collettivo, con la distribuzione dei dolci tipici e la condanna al rogo di un fantoccio di paglia rappresentante “l’anno vecchio”, tra spari di petardi e giochi d’artificio.

Il fantoccio che i ragazzi vestono da uomo e portato in giro insieme alla Vecchia, viene preso a pugni ed infine bruciato come capro espiatorio. Antonio Buttitta osserva: “il fuoco ed il rogo di fantocci, marcano con la loro presenza, da un lato l’eliminazione del tempo consumato, dall’altro l’aprirsi di un tempo nuovo; per tal motivo queste tracce possono essere ricondotte a riti di passaggio per rifondare il ciclo dell’anno e con esso la vita stessa della comunità” (Antonino Buttitta op. cit., 1984, p.137).

Nel fantoccio che muore sul rogo vengono distrutte le colpe accumulate dalla società, colpe che gli uomini non avrebbero potuto non commettere, poiché ogni atto compiuto sulla natura e sul suo ordine, è comunque una violenza sacrilega.

Lo scopo ultimo di tutti questi riti invernali potrebbe essere pertanto la distruzione del tempo consumato, di cui il fantoccio è simbolo (Ignazio Emanuele Buttitta op. cit., 2002, pp. 136-137).

La manifestazione ancora oggi, oltre a interessare i visitatori coinvolge l’intera popolazione che partecipa ai canti e ai balli che si tengono fino allo scoccare della mezzanotte. Esso rappresenta di certo, un momento privilegiato di socializzazione e di rafforzamento del senso di appartenenza alla comunità.

Testo tratto dalla Tesi di Laurea di M.Fragale “Il ciclo dell’anno a Gratteri. Aspetti devozionali e significato antropologico”, Università degli Studi di Palermo – A.A. 2006/07.

Parco della Grotta Grattara ed escursioni nella pineta

Viva, viva lu Capudannu

Rit: Viva , viva lu Capudannu

senza lastimi e senza affannu.

Viva, viva lu Capudannu

allegria pi tuttu l’annu.

Grattalusci chi siti in risbigliu

ascutati stu nostru cunsigliu

pi sta sira manciati e biviti

ca dumani aluvoti nun ci siti. Rit...

Picciriddi chi stati durmennu

di nto lettu scinniti currennu

chista è l’ultima notti di l’annu

c’è la Vecchia chi vvà passannu. Rit…

Vi viviti un bicchieri di vinu

vi quàdia e vi nforza lu schinu

cinni dati un bicchieri a zza Nina

ca travaglia sira e matina. Rit…

E passannu di sutta u palazzu

senti sempri nu granni fitazzu

e cc’è genti chi ddà nun ci camina

ca si scanta di la china. Rit…

U sapiti cari paisani

c’ò macellu scannunu i cani

e i viteddi ditti di latti

nun sunnu autru chi carni di jàtti Rit…

A menzannuotti viniti nta chiazza

ci sarà nna ranni fistazza

a la genti chi va sparrannu

ci vanniamu li festi di l’annu. Rit…

Quannu nascisti tu

Quannu nascisti tu làdia Vicchiazza…

Ci foru centu negli e trimulizzi…

Lu suli s’annigliò cu nna nigliazza…

Lu risinu cadìa stizzi stizzi…

 

Rit: E nun ti mariti nò

nun ti mariti nò

e nun ti mariti nò

schietta arristari tiròllallalla…

Facciazza d’un crivazzu arripizzatu…

spaddazzi di na mula di trappitu…

taliàti genti tutti a Santu Vitu…

niscìu la Vecchia ncerca di lu zitu…

Rit…

Vitti affacciari lu suli di notti…

e quattru muti jucari a li carti…

iò vitti siminari favi cotti…

si vitturu ntè Marzu ficu fatti…

Rit…

Aricchi surdi e cantuneri muti…

speramu ca nun lu sannu i Lascaroti…

la Vecchia vvà spartennu cosi duci…

si voli fari amici i Grattalusci…

Rit…

Vecchia befana

Vecchia Befana brutta, vecchia Befana,

nesci sta sira, nesci di ntè sta tana……

Vecchia vicchiazza brutta, vecchia vicchiazza, scinni sta sira, scinni nta nostra chiazza……

Avi n’annata sana chi sini n’chiusa, piglia la scecca e scinni

n’cerca di fusa……

Prima chi tu scinni, jttannu vuci,

piglia lu saccu chinu di cosi duci….

Quannu tu arriverai ntè stu paisi,

furria casi casi purù p’un misi……

Ci sunnu i patri pronti cu li vastuna

s’on lassi e picciriddi li tùrtigliuna……

L’occhi ti sgrifamu vicchiazza brutta,

s’on scarghi u sceccu e torni

a la tò rutta…..

Marco Fragale
(Università di Palermo)
BIBLIOGRAFIA

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TERESI GIOVANNI, La grotta della sibilla lilybetana storie di folklore e tradizioni popolari, 2018 in www.culturelite.com